Blue Economy: un oceano di opportunità

Pubblicato lunedì 8 ottobre 2018

“Il futuro dell’economia blu è promettente. Con investimenti nell'innovazione e attraverso una gestione oculata e responsabile, integrando gli aspetti ambientali, economici e sociali, possiamo raddoppiare il settore in modo sostenibile entro il 2030”

– Karmenu Vella, Commissario europeo per l'Ambiente, gli affari marittimi e la pesca

Liberare il potenziale della Blue Economy significa puntare su molti settori. Oltre alla pesca l’acquacoltura, il turismo costiero, il trasporto commerciale, l’energia marina (dal moto ondoso o dalle maree alla produzione eolica off shore, con il 90% delle turbine eoliche marine del mondo installate in acque europee) e le industrie emergenti come le biotecnologie acquatiche. Si prevede, in particolare, che il numero di posti di lavoro in Europa collegati al settore delle energie rinnovabili oceaniche possa raddoppiare entro il 2030. Stesso entusiasmo per le biotecnologie blu le cui applicazioni ricadono in campo medico e farmaceutico, ma anche nel settore alimentare e nella produzione di energia. Solo il settore delle biomasse delle alghe, in Europa, ha oggi un valore di 1,69 miliardi di euro e impiega 14 mila persone. Si è scoperto, infatti, che non solo le microalghe sono determinanti per la fotosintesi dei mari, ma sono anche utilizzabili per la produzione di biofuel, come dimostra il progetto BIOFAT (BIOFuel From Algae Technologies) che ha portato alla realizzazione di impianti di produzione pilota in Italia e in Portogallo.

E che dire dell’energia dei mari? Un esempio su tutti può essere quello della Scozia dove a Pentland Firth nascerà una centrale sottomarina da 400 MW che darà energia a circa 175 mila case. Le turbine saranno più piccole di quelle utilizzate in campo eolico perché l'acqua marina è 800 volte più densa dell'aria e una velocità delle correnti di 5 nodi (9.26km/h) può generare più energia di venti che spirano a 349 km/h.
Molti i progetti anche della nostra Enel Green Power che lo scorso 30 luglio ha firmato un accordo di collaborazione con Carnegie Clean Energy Limited (“CCE”), azienda australiana specializzata nello sviluppo di energie rinnovabili, per sviluppare e testare CETO 6, il sistema messo a punto da CCE per generare energia dal moto ondoso che rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto alla tecnologia precedente di CCE, CETO 5. Il nuovo impianto incorpora a bordo la produzione di energia elettrica, per mezzo di ormeggi e moduli PTO (Power Take-Off) multipli, che servono a convertire l’energia cinetica delle onde in energia elettrica. Il nuovo sistema CETO 6 avrà una capacità nominale di 1,5 MW, un incremento considerevole rispetto ai 240 kW del CETO 5.

Anche in Italia Enel Green Power sta contribuendo alla Blue Economy partecipando al Cluster tecnologico nazionale BIG, il network italiano per la Blue Italian Growth, impegnato su vari fronti: ambiente marino e fascia costiera, biotecnologie blu, energie rinnovabili dal mare, risorse abiotiche e biotiche marine e cantieristica e robotica marina.

C’è anche chi si è già dotato di un ministro dedicato alla Blue Economy come le Seychelles dove proprio qualche mese fa è stato siglato un patto rivoluzionario sul debito sovrano per proteggere mare, fauna e barriera corallina. L'accordo raggiunto tra il paradisiaco arcipelago nell'Oceano Indiano e alcuni fondi, vede in campo anche la fondazione dell’attore, convinto ambientalista, Leonardo DiCaprio e prevede, in cambio di una ristrutturazione del debito da 20 milioni di dollari, la creazione di due parchi marini per riparare i danni alle barriere coralline e alla biodiversità marina dovuti alla pesca incontrollata e al turismo. Uno scambio “debiti per delfini” che dovrebbe mettere in sicurezza il patrimonio naturale del Paese e il suo futuro economico, interamente dipendente da turismo e pesca.

Insomma, le sfumature di blu sono davvero infinite, anche perché, come evidenziato dalla stessa Commissione Europea, se l'oceano fosse uno Stato sarebbe la seconda economia più grande del mondo. Dunque, guai a sprecarne le opportunità e tutti in campo per rimuoverne eventuali ostacoli.

L’economia circolare contro l’inquinamento marino

Sono tanti gli scogli su cui l’economia dei mari potrebbe arenarsi: dalle minacce dell’inquinamento chimico alle pratiche di pesca illegale, passando per i cambiamenti climatici, le aggressioni alle coste e agli ecosistemi marini, fino alla presenza a livelli inverosimili di rifiuti in mare. Per questo, a giugno 2017 l’Onu ha organizzato la prima Conferenza mondiale sugli oceani al termine della quale è stata sottoscritta la dichiarazione Our Ocean, Our Future: Call for Action con cui i 139 Paesi si sono impegnati ad adottare strategie a lungo termine per ridurre l’inquinamento marino, favorendo lo sviluppo di economie sostenibili basate sugli oceani.

Anche l’Europa si sta facendo promotrice di molte iniziative: collabora con l’Alleanza transatlantica per la ricerca oceanografica e con la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco, sta sviluppando il Blue Science Cloud Pilot, un dispositivo cloud che modernizza l’accesso, la gestione e l’utilizzo dei dati marini e marittimi, sostiene la conservazione della biodiversità marina e costiera nel bacino del Mar dei Caraibi e collabora con il programma per la pesca della Banca mondiale (Profish).
Anche i singoli Stati europei sono direttamente impegnati. Su tutti la Francia che, con il secondo spazio marittimo più grande al mondo, ha adottato misure molto efficaci per combattere l’inquinamento marino derivante dai rifiuti di plastica. Ogni anno finiscono in mare oltre dieci milioni di tonnellate di rifiuti: se non ci sarà un cambiamento drastico in breve tempo, entro il 2050 negli oceani potrebbero nuotare più plastiche che pesci.

Lo sviluppo ambientale alla base della rivoluzione economica

Ma Blue Economy significa soprattutto imparare ad adottare un nuovo modo di pensare all’economia, progettando metodi di produzione e di consumo con un minor impatto ambientale, come sostenuto da Gunter Pauli, economista e scrittore belga, primo teorico della Blue Economy e fondatore del think tank internazionale Zero Emissions Research Initiative. Per Pauli si può passare dall’economia della scarsità a quella dell’abbondanza solamente “con ciò che già abbiamo”, ispirandosi alla natura. La “sua” Blue Economy non richiede maggiori investimenti per salvare le aziende; anzi, con un minore impiego di capitali è in grado di costruire capitale sociale e creare opportunità di lavoro. Gli esempi sono già tantissimi: si possono coltivare funghi sui fondi di caffè, sostituire le lame in metallo dei rasoi “usa e getta” con fili di seta, creare gioielli partendo dal riso, riutilizzare le bucce di pomodoro per produrre filtri solari, fare il bucato con gli scarti delle arance.
Nel suo libro più famoso, “The Blue Economy”, Pauli annuncia 100 innovazioni e 100 milioni di nuovi posti di lavoro. Basta solo imparare a ragionare in blu.